Da piccolo ci ho messo molto per imparare a nuotare. Non perché non riuscissi, semplicemente avevo paura dell’acqua, del mare, degli squali o di tutto ciò che fosse più avanti di dove potevo toccare. Ero un fifone, l’acqua era una delle mie paure più grandi e in parte continua ad esserlo.
Mio nonno era un uomo pratico, fece il camionista e il panettiere, aveva due mani che sembravano due aquiloni.
Un giorno in vacanza, stufo delle mie lamentele, mi prese e mi gettò in acqua dove non toccavo e mi disse: “nuota”. Evito commenti sui suoi metodi di insegnamento per arrivare alla conclusione: da lì imparai a nuotare.
La prima nuotata
In questi anni Kantieri è riuscita a collezionare diverse esperienze nella produzione video e timelapse: dai siti industriali a complessi residenziali ma anche viadotti, campi fotovoltaici o parcheggi, ne abbiamo viste tante.
Al Toto-Kantieri mancava ancora il settore degli eventi. Un settore che ci affascinava ma che solitamente ha sempre investito su contenuti più social media-friendly. Questa estate però siamo riusciti a realizzare il nostro primo timelapse in questo contesto.
É per questa commessa che mi è tornata in mente la storia di mio nonno.
Non perché avessimo paura di buttarci ma perché ci siamo buttati in quello che probabilmente era uno degli eventi più importanti in Italia – il maxi-concerto di Ultimo a Tor Vergata, con ben 250.000 spettatori. Il concerto con più paganti della nostra storia.

Vivi e vegeti
L’organizzazione, ci affidò un compito preciso: realizzare un timelapse del allestimento dell’enorme area del concerto di ULTIMO, con un focus particolare sul palco, una struttura imponente con un fronte di quasi 200 metri.
Giacomo ed Io partimmo per Roma per montare 3 fotocamere timelapse. Una che riprendesse il palco, una che riprendesse quanto più parterre possibile e una che riprendesse i cancelli, in modo da mostrare lo tsunami di gente che il 4 luglio si sarebbe presentata.
Abituati a lavorare su commesse della durata di anni, un timelapse di 40 giorni tra montaggio evento e smontaggio delle strutture, sembrava una “passeggiata”.
Un evento di portata mondiale, che si risolve in una notte, dove la rete non funziona per la mole di persone connesse e non è possibile monitorare i propri lavori, non permette nessun errore. Riprendere un evento di questa portata è una grossa responsabilità, l’inesistente margine di errore aggiunge anche quella pressione che può trasformare un sogno in disastro.
Lavorare a questa produzione significa raccontare la storia e fare parte di un racconto.
Conclusioni
Nessun salto nel vuoto, ci siamo buttati in acque inesplorate ma conoscevamo bene la nostra attrezzatura.
L’esperienza e a consapevolezza dei nostri strumenti ci ha permesso di superare anche ostacoli complicati, non senza sforzi lavorativi importanti, ma se si vuole stare a galla bisogna trovare una soluzione.
